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Il baseball viaggia con Obama: i Tampa Bay Rays affrontano Cuba

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L’eredità di Jackie Robinson, 65 anni dopo quel debutto all’Ebbets Field

Il mondo del baseball festeggia oggi il Jackie Robinson Day, celebrando il 65mo anniversario del debutto con la maglia dei Brooklyn Dodgers dell’uomo che ha infranto le barriere razziali nel mondo dello sport professionistico americano, diventando la stella di una squadra delle Majors in un’epoca in cui c’erano ancora le Negro Leagues. Proprio nei campionati riservati agli afroamericani Jackie Robinson aveva debuttato con i Kansas City Monarchs. Il suo arrivo ai Dodgers fece temere un ammutinamento degli altri giocatori e furono le parole di Leo Durocher, il manager di quella squadra di fenomeni, a mettere in chiaro le cose: “Non mi interessa se il ragazzo è giallo o nero, oppure a strisce come una fottuta zebra. Io sono il manager di questo team e dico che il ragazzo giocherà!” Non mancarono le prese in giro dagli altri club, ma la classe del seconda base Jackie Robinson da Cairo, Georgia, finì col mettere tutti d’accordo. Per rivedere le immagini di quel primo incontro con la maglia numero 42 all’Ebbets Field il 15 aprile del 1947 contro i Boston Braves vi segnalo il link all’articolo di mlb.com, che oltre a mettere in luce l’importanza di aver trasformato quel giorno in un giorno di festa per tutte le leghe del baseball, segnala una serie di iniziative che raccolgono la vera eredità di Jackie e riprendono lo spirito pionieristico di quei giorni, compresa la RBI, che in questo caso è una sigla che sta per Reviving Baseball in Inner Cities (RBI, UYA, CRG embody spirit of Jackie).

Un tuffo spettacolare interrompe l’hitting streak di Dan Uggla

In questi giorni, incontro dopo incontro, avrà pensato tante volte a quel numero irragiungibile, il 56, quello delle partite consecutive nel campionato del 1941 nelle quali Joe Di Maggio batté almeno una valida. Ma anche se ieri uno spettacolare diving catch, presa in tuffo se preferite, del rookie dei Cubs Darwin Barney (2B, 26) ha fermato a 33 il suo hitting streak, trasformando una probabile valida in un sacrifice fly, l’impresa compiuta da Dan Uggla resta memorabile e si merita il suo posticino nella storia del baseball. Il 5 luglio, quando tutto è cominciato, la media battuta del seconda base degli Atlanta Braves era a ferma a .173, un rendimento abbastanza deludente, tanto da far nascere qualche dubbio in chi lo aveva acquistato dai Florida Marlins il novembre scorso. Ma da quella partita contro i Colorado Rockies del 5 luglio qualcosa è cambiato, e Dan Uggla ha cominciato a fare sul serio. Durante lo streak la sua media è stata altissima, .377 (49 hits su 130), con 15 home runs e 32 RBI. “E’ stato divertente” ha commentato dopo la delusione di ieri, “ma tutte le cose hanno una fine!” Oltre che divertente, è stato entusiasmante per i tifosi dei Braves e per il morale della squadra, al primo posto nella classifica della classifica per la Wild Card, quella che veramente conta per raggiungere i play off, dal momento che pensare di insidiare il primo posto nella NL East ai Philadelphia Phillies sarebbe quanto meno presuntuoso.  Quanto ai record, possiamo riassumere che Uggla ha battuto quello di Atlanta, che prima apparteneva a Rico Carty, che nel 1970 si è fermato a 31 games, ma non quello della franchigia: Tommy Holmes nel 1945 arrivò a 37 con i Boston Braves. Mentre il record assoluto di 56, della leggenda degli Yankees Joe Di Maggio, sembra davvero difficile da battere. L’unico giocatore nel dopoguerra ad aver superato i 40 games è stato Pete Rose, uno dei più grandi switch hitters di sempre, che si fermò a 44 con i Cincinnati Reds nel 1978, un campione assoluto che se non è nella Hall of Fame lo deve a una vicenda di scommesse che lo coinvolse una decina di anni dopo.

Dan Uggla's Hitting Streak Ends at 33 Games, But Credit is Due Beyond The Streak Anyone who knows me personally is well aware that I am a massive Philadelphia Phillies homer, and generally have nothing but negative slights towards their division rivals. Of course by proxy that also means that any player on said rivals is usually slighted along with the team, and it is tough for me to have any lenience. Although I have found … Read More

via The Beard And Stache

Ron Santo, terza base di quei Cubs forti e perdenti

E’ stata inaugurata ieri all’esterno del Wrigley Field di Chicago, non distante da quella di Billy Williams, la statua in onore di Ron Santo, terza base dei Cubs dal 1960 al 1973, scomparso il 3 dicembre scorso a Scottsdale. I Chicago Cubs hanno voluto così onorare la vita e la carriera di uno dei loro giocatori più amati, protagonista in una delle formazioni più forti mai schierate dalla franchigia del North Side. Ma i Cubs di quegli anni, nonostante il lineup stellare, non ottennero mai quei successi che pure sembravano alla loro portata. Un libro di David Claerbaut, Durocher’s Cubs: The Greatest Team That Didn’t Win, analizza con lucidità e dovizia di dati statistici le ragioni del fallimento della più grande delle squadre che non hanno mai vinto nulla. Nel 1969, quando Ron Santo battè 166 valide, con 29 home runs e 123 RBI, i Cubs potevano schierare 3 giocatori da Hall of Fame, Ernie Banks in prima base, Billy Williams sull’esterno sinistro e Ferguson Jenkins sul monte di lancio, più un manipolo di altri campioni, tra cui proprio Santo, il seconda base Glenn Beckert e il pitcher Ken Holtzman. Partiti per dominare la neoistituita National League Eastern Division i Chicago Cubs arrivarono al 2 settembre con un record di 84-52, ma da allora persero 17 degli ultimi 25 incontri, e vennero superati dai New York Mets, nel loro anno del miracolo, conclusosi con la vittoria alle World Series. Tra le molte cause del crollo dei Cubs non si possono sottovalutare le pressioni di un ambiente affamato di riscatto dopo anni di delusioni e le colpe del manager Leo Durocher, che non seppe gestire al meglio i suoi campioni. Ma quando si parla di una squadra che non vince un campionato dal 1908, anche le leggende e le maledizioni vogliono la loro parte. Il 9 settembre di quell’anno allo Shea Stadium, proprio durante una sfida con i Mets, i tifosi di casa liberarono un gatto nero che, per ragioni solo a lui note, si diresse prima verso Ron Santo che stava per battere e poi verso il dugout dei Cubs, fermandosì lì a fissare con aria di sfida i giocatori, che cercarono disperatamente di nascondersi alla sua vista, nello stupore generale del pubblico. Naturalmente i Cubs persero l’incontro per poi cedere, in quel settembre nero, il primo posto ai rivali. Quello che resta è il rammarico che giocatori del calibro di Ron Santo ed Ernie Banks non abbiano mai disputato una postseason.

Ron Santo (By the numbers) Ronald Edward Santo Position: Third Baseman Bats: Right, Throws: Right Height: 6′ 0″, Weight:190 lb. Born: February 25, 1940 in Seattle, WA High School: Franklin (Seattle, WA) Signed by the Chicago Cubs as an amateur free agent in 1959 Debut: June 26, 1960 Teams: Cubs/WhiteSox 1960-1974 Final Game: September 29, 1974 Died: December 3, 2010 in Scottsdale, AZ (Aged 70) Year   Tm   … Read More

via CubNationKY

Una vecchia figurina degli Astros e l’ultimo home run di Mickey Mantle

Chi ama il baseball finisce prima o poi col mettere insieme piccole e grandi collezioni di cimeli. E così, tra memorabilia e collectibles, si finisce col ripescare vecchio materiale che evoca ricordi sopiti e o rivela nuove scoperte. Quello che è successo, per esempio, al commentatore televisivo statunitense Keith Olbermann, che nel suo blog ci ha mostrato la baseball card di Jose Cano, lanciatore meteora della Major League, con 6 partite giocate negli Houston Astros nel 1989, oggi noto soprattutto per essere il padre della stella degli Yankees Robinson Cano. E proprio a proposito dei New York Yankees, ecco spuntare una vecchia scorecard del 20 settembre 1968, con 4 linee orizzontali segnate a penna nel quadratino del terzo inning per indicare un home run battuto dal prima base. Quel prima base era Mickey Mantle, che pochi giorni prima del suo ritiro regalò al piccolo Keith e ai tifosi dello Yankee Stadium l’ultimo homer della sua straordinaria carriera.

Stuff I Found While Looking For Other Stuff It never fails. Go looking for anything – from your comb to your Jamie Roseboro 1990 Bowman Glossy Baseball Card, and invariably you’ll stumble across something else. Which explains this card of Robinson Cano’s father, Jose. You may have seen him throwing (and rather successfully) to his son at the Home Run Hitting Contest before the All-Star Game. But the elder Cano actually became associated with the Yankees a quarter century before his son mad … Read More

via Baseball Nerd

Stolen Base is coming soon

Con il termine stolen base, in italiano base rubata, si indica un’azione particolarmente spettacolare nel gioco del baseball, ma questo molto probabilmente già lo sapete. Mi ha stupito il fatto che questo nome per il blog fosse ancora disponibile, mi sento come se lo avessi rubato, stolen appunto. Il titolo di questo post è Stolen Base is coming soon, dal momento che comincerò a curare questo blog solo tra un po’ di tempo. Per adesso, restando in tema di basi rubate, vi segnalo un articolo di SportsIllustrated che ha scelto quelle più famose della storia (link). Niente da aggiungere, se non che ci vediamo presto per parlare del magnifico giuoco del baseball 😉